La tarda primavera e l'estate

scritto da Paulus
Scritto Ieri • Pubblicato 13 ore fa • Revisionato 13 ore fa
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Seguito della precedente narrazione.
- Nota dell'autore Paulus

Testo: La tarda primavera e l'estate
di Paulus

La dipartita di mio padre esacerbò le lacerazioni interiori cioè il disorientamento che germoglia dal disaccordo di sentimenti passioni ed emozioni e che partorisce ansia quello stato nervoso d'inquietudine e affanno, di trepidazione e apprensione. Per un verso la commozione acuta di essere in toto libero anche se mio padre sorvolava o faceva l'indifferente senza mai tiranneggiarmi anche per le più spiccate manchevolezze che sarebbe stato opportuno emendare; ma il genitore era dell'avviso che si dovessero smussare gli angoli e che mai fosse opportuno affrontare di petto le situazioni anche le più incresciose, per amore del quieto vivere senza indulgere a risposte o reazioni inconsulte e temerarie. Per contro privo di entrambi i genitori, non ancora maggiorenne, a cavallo tra la prepubertà e l'adolescenza, maturava in me un senso di costernazione e smarrimento. Finalmente era maggio - il clima si era fatto mite e i primi bagnanti si allungavano sull'arenile - il notaio dissigillò il testamento, in presenza del maggiordomo del castaldo e del precettore che non soggiornava nel maniero come i primi due, dette lettura, non senza prima essersi schiarita la voce altrimenti arrochita e quasi strozzata in gola. Erede unico e universale di ogni bene mobile e immobile (questi ultimi effettivamente scarsi e inadeguati per mantenere il patrimonio fondiario che necessitava di restauri rimaneggiamenti rifacimenti, di investimenti in breve) si demandò al maestro di casa l'incarico fiduciario di gestire il disbrigo degli affari correnti; la mia educazione fu data in carico a tutti e tre. Di fatto nessuno si prese cura di me, per cui ebbi tutto l'agio di scendere al lido per una mulattiera digradante tra filari di arbusti e viti intaccate dal mal dell'esca e distendermi sulla sabbia scottante. Il ceppo e il fusto della vite avvizzirono i tralci penduli si ammosciarono e poco prima del solstizio d'estate fu tutto un seccume con le foglie screziate di rosso e giallo. Passai l'estate bighellonando fabbricando castelli di sabbia rassomiglianti al maniero quando una mareggiata li diroccava o accumulando conchiglie con selvaggia bramosia. Non mi amicai con nessuno, diffidente e ombroso ma forse solo schivo e introverso. Quando la sera risalivo la china si smorzava anche il frinire dei grilli, dal mastio miravo il faro marittimo le onde corrugate stizzose i contrabbandieri di mare approdanti al bagnasciuga per scaricare le loro merci. Da ultimo coricatomi dormivo della grossa senza che il sonno fosse turbato dai sogni che per me di solito erano incubi.
La tarda primavera e l'estate testo di Paulus
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